FBI, accedere all’iPhone con l’impronta del terrorista

In questi giorni si fa un gran parlare della vicenda che ha come protagonisti Apple da una parte e gli ufficiali dell’FBI dall’altra. Il motivo della disputa è la richiesta fatta da un giudice all’azienda di Cupertino affinché venga creare una backdoor (una via d’accesso alternativa, che permetta di bypassare tutte le procedure di sicurezza) per accedere all’iPhone 5C appartenuto al terrorista della strage di San Bernardino, Syed Farook: infatti, se un iPhone ha un codice d’accesso che non si conosce, dopo aver esaurito i dieci tentativi a disposizione, lo smartphone viene inizializzato e vengono cancellati tutti i dati.

FBI, accedere alliPhone con limpronta del terrorista lazy placeholder TechNinja

Secondo gli investigatori, all’interno del device potrebbero esserci importanti informazioni, compresi eventuali collegamenti con altri complici implicati nell’attacco compiuto il 2 Dicembre, nel quale furono ammazzate 14 persone (in totale i morti furono 16, se consideriamo anche il terrorista e sua moglie, uccisi dalla polizia).

Oltre ai contatti, il contenuto dello smartphone sarebbe importante, secondo l’FBI, perchè potrebbero essere indicati altri possibili obiettivi di stragi terroristiche. Sono queste le motivazioni che hanno spinto il miliardario candidato del Partito Repubblicano Donald Trump a schierarsi apertamente con le autorità.

Apple risponde all’FBI: “Nessuna backdoor, potrebbe minare la sicurezza degli utenti”

La risposta di Apple non ha tardato ad arrivare: in una lettera inviata direttamente alla polizia federale, il CEO dell’azienda, Tim Cook, ha spiegato che non esiste un software in grado di accedere ad un iPhone bloccato con codice e che, qualora dovesse essere sviluppato, potrebbe finire in mani sbagliate e minacciare la privacy e la sicurezza degli utenti.

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A questo punto, l’FBI, non potendo contare sull’aiuto del produttore dello smartphone, starebbe pensando di utilizzare le impronte digitali del terrorista ucciso per introdursi all’interno dell’iPhone: dal punto di vista legale, infatti, è più facile ottenere il permesso ed inoltre i defunti non hanno alcuna protezione da parte del IV Emendamento della Carta dei Diritti (che contempla irragionevoli perquisizioni o sequestri).

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Il vero problema, in questo caso, è utilizzare le impronte su un iPhone (il 5C) che non è dotato di lettore Touch ID: anche volendo usare uno scanner esterno, se lo smartphone è rimasto bloccato per più di 48 ore, iOS richiede obbligatoriamente il codice di sblocco al posto dell’impronta digitale. In un’intervista rilasciata a Forbes, Patrick Wardle, ex membro dell’NSA (l’agenzia per la sicurezza nazionale americana) ha consigliato all’FBI di analizzare i loro tentativi passati di sblocco di un iPhone, affinché verifichino se ci sono elementi utili per poter violare il device di Farook: secondo Wardle, un exploit USB potrebbe essere la soluzione giusta.

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Riguardo la posizione presa da Apple, colossi mondiali del calibro di Facebook, Twitter, Whatsapp e Google si sono schierati al fianco dell’azienda di Cupertino. Voi cosa pensate? E’ giusto preservare la privacy degli utenti anche difronte ad episodi tragici come la strage di San Bernardino? Fateci sapere la vostra opinione nei commenti! Seguiteci su Facebook, Twitter, Google+, Telegram, YouTube o vis RSS per essere sempre aggiornati su tutto ciò che riguarda il mondo della tecnologia!